La musica di THE WALL può essere considerata la colonna sonora che ognuno di noi può adattare ai momenti più difficili della propria vita; ascoltandola, chiunque è libero di spaziare su diversi livelli di interpretazione, contribuendo a creare nuovi spunti di lettura e di riflessione.
Essa attinge a due livelli di ispirazione: uno che deriva dall'osservazione del sociale (la generale e crescente difficoltà che ha il genere umano nel comunicare) ed uno autobiografico, valido per ciascuno di noi; chi non si è trovato almeno una volta nella vita a riflettere sulla relazione complicata con un familiare, su un lutto importante, sul rapporto con l’autorità in genere, sul fallimento di un rapporto sentimentale?
I risvolti psicologici personali, quindi, più per libera associazione che non per intenzione, vanno ben oltre la chiave di lettura della storia che, a questo punto, rappresenta un puro artificio narrativo, così come lo è stato per Roger Waters.
Un non ben identificato evento (potrebbe essere un quadro, una canzone, un libro, la parola di un amico, non ha importanza in questo contesto!), rappresentato metaforicamente dallo scoppio di una bomba, scatena nel nostro protagonista (useremo il “maschile” per semplicità, ma specificare età, sesso, formazione o estrazione sociale non ci serve!) la volontà di rivedere lo spettacolo della propria vita e di capirla, accorgendosi di essere ancora vittima di ingombranti ricordi del passato, ricordi che ormai deve affrontare.
Ma alla svelta, perché il sipario si sta aprendo …
Vogliamo accompagnare il protagonista nel percorso che lo porterà a ripensare alla propria vita e a cambiare il modo di relazionarsi con gli altri? Vogliamo riflettere con lui? Vogliamo capire cosa ne abbiamo fatto del nostro muro? Il titolo del brano è una domanda; attenzione, se vogliamo farlo, occorre andarci dentro in carne e ossa, di persona. Vogliamo davvero? Se la risposta è sì, buttiamo maschera e travestimenti, costi quel che costi.
Il pianto di un neonato introduce "THE THIN ICE" – Si parte davvero dall’infanzia e già si percepisce un forte sovraccarico di emozioni. Inizia quindi una serie di flashback, in cui si alternano implosioni ed esplosioni emotive; il baratro è sotto di sé, separato dalla vita da una sottile lastra di ghiaccio.
La nostra primaria reazione di fronte ad un lutto è un dolore atroce, intenso, insopportabile, che non va negato, ma che va vissuto pienamente. Il mancato sfogo di tutte le emozioni e sensazioni derivanti da esso causa sempre l’inizio della costruzione di un muro.
Annunciato dall'arrivo degli elicotteri, il brano rappresenta la posa di un’altra serie di mattoni. Flashback sul sistema educativo che spersonalizza le menti dei giovani, rendendoli incapaci di non inseguire altro che il piacere, con la conseguente sensazione di un introvabile appagamento.
Brano centrato sulla figura materna. Una madre soffocante (in Inghilterra, i genitori iperprotettivi sono detti proprio “genitori elicottero”), che segnerà la vita del protagonista, impedendogli di trovare la maturità e la capacità di gestire la propria esistenza senza condizionamenti.
Inizia la fase più claustrofobica; il protagonista, mattone dopo mattone, ha completato il muro che lo isolerà dal resto del mondo. Un brano apparentemente dolce, ma è solo l'impressione di un attimo.
L’atmosfera si incupisce di nuovo; si sta entrando in un vicolo cieco. Il brano è una torbida marcia verso il baratro dell'isolamento e dell'incomunicabilità.
L’estremo tentativo di evadere, di avere momenti senza pensieri, attraverso sbronze, pornografia a buon mercato e soprattutto di sesso, anche a pagamento.
Non c'è possibilità di scampo; il protagonista resta solo coi suoi pensieri, rimuginando sulla sua vita e sul suo rapporto sentimentale andato in frantumi. Poi, improvvisamente, esplode istericamente, prendendosela con tutto e tutti. Devastazione e follia, mentre il brano si perde in un grido disperato.
Il brano più claustrofobico in assoluto; un flashback quasi insostenibile, con la musica che crea una melma nella quale sembra di sprofondare. Nel finale, arriva un’apertura musicale; c’è forse una speranza?
Per il protagonista è arrivato il momento della reazione; con un moto d'orgoglio si convince che l'isolamento è una condizione desiderabile, una libera scelta e lo grida al mondo intero.
Il muro è completato; ma chi si isola, marcisce ed i vermi, rappresentazione simbolica del decadimento, dopo poco cominciano a comparire.
Qualcosa, in questo isolamento, non torna; perché il dolore non scompare del tutto? Perché queste ferite continuano a bruciare? "HEY YOU" è già un grido disperato di aiuto rivolto al mondo esterno.
Ci si aspetta che, dopo tutto il male che le persone gli hanno arrecato, soprattutto quelle da cui avrebbe dovuto ricevere amore e accudimento, il protagonista possa aver sviluppato qualche forma di aggressiva patologia mentale. E invece, di fronte al muro insormontabile, egli grida semplicemente: "C'è qualcuno oltre il muro?" Qualcosa, in questo isolamento, non torna; il dolore, infatti, non scompare del tutto.
Attraverso una riflessione molto evocativa, il brano descrive una profonda solitudine e un senso di smarrimento, dove l'individuo è fisicamente presente, ma emotivamente o psicologicamente assente, come se fosse "scomparso da sé stesso”.
La delusione più totale può essere quasi toccata con mano; dal lutto subìto non si tornerà indietro, nessuno ridarà al protagonista la spensieratezza sottratta, la sua relazione sentimentale non si aggiusterà. Istintivamente si è portati a considerare il brano come un epilogo negativo, ma in realtà esso nasconde una grossa verità; la coscienza dei propri traumi è il primo passo verso la guarigione.
Nel muro, una piccolissima crepa lascia pensare ad un barlume di consapevolezza e di speranza. Nulla, non il lavoro, non le corse folli e snervanti dell'esistenza quotidiana, devono anteporsi ai rapporti umani essenziali: gli amici, la famiglia, la coppia, i figli. I dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti, ma per maturarci.
I flashback sono terminati e ci si ricollega alla realtà, arrivando al punto chiave del percorso, una sliding door; quanto è facile diventare dei carnefici quando sofferenze e ferite troppo grandi da affrontare ci colpiscono, soprattutto da bambini? Ci si può liberare della violenza che un trauma infantile inevitabilmente crea nell’interiorità di un essere umano?
la risposta sembra essere “no”. Nel brano, compare il tema del confine fra realtà e finzione; pur di restare in vita, siamo in grado di raccontarci (e crederci) le storie più incredibili, diventando “piacevolmente insensibili”.
Per non sentirsi deboli, allora, ci si identifica con un sé-marionetta violento, addirittura onnipotente. La propria vita diventa uno spettacolo che, semplicemente, deve continuare; THE SHOW MUST GO ON.
Il protagonista schiaccia, quindi, i propri sentimenti di empatia, non preoccupandosi delle conseguenze sugli altri, perché non c’è né identificazione, né comprensione. A causa dell’isolamento costruito in seguito a tutte le cose successe nella sua vita, egli ha coltivato soprattutto l’odio, che riversa su tutto e tutti, in preda ad un allucinante sdoppiamento di personalità.
Questo aberrante spettacolo prosegue nel brano che che ne incarna il momento più frustrante; il battere quadrato della batteria, tipico della musica da discoteca, induce il pubblico a muoversi all'unisono come un organismo unico, senza volontà, che obbedisce ai deliri di una persona aggressiva e dittatoriale, quale è diventata il nostro protagonista.
Ora la domanda è: che impatto può avere una simile alienante esperienza a livello psicologico? Il concetto sotteso è ancora una volta quello dell'isolamento, che spinge le “persone-verme” ad avere atteggiamenti marcatamente prepotenti. Una cruda e inquietante voce filtrata dal megafono invita altri vermi ad aggregarsi, perché le persone incapaci di guardare in faccia il proprio bisogno di vicinanza e di libertà sono più inclini a comportamenti aggressivi quando sono in gruppo. Un gruppo, infatti, difende egregiamente l’insicuro.
Ma il passato reclama il suo tributo, e così, ormai ridotto a una larva di persona, il protagonista riesce a rendersi conto che non sarà in grado di gestire la propria sofferenza facendo finta semplicemente che questa sofferenza non esista. Egli vuole tornare a casa, togliersi la maschera, abbandonare una vita fasulla, aspettare e risolvere finalmente il suo senso di colpa.
Dall'abisso della sua coscienza arriva, imperioso, lo STOP.
Tutto si svolge all’interno della mente del protagonista; è il suo personale processo, in cui lui stesso è pubblico, giuria, pubblico ministero (accusa), testimoni e giudice, tutti nello stesso momento. Le frasi pronunciate da chi gli ha permesso di costruire il muro, maestro, madre e moglie, in realtà è lui stesso a sentirle, nella sua testa, prendendo consapevolezza che è sempre stato artefice del suo destino, isolandosi.
Anzitutto, viene enunciata l’accusa principale e cioè che l’imputato avrebbe mostrato sentimenti di natura umana; dopodiché la sua coscienza convoca i "testimoni" che l'hanno seguito durante le varie fasi della lenta costruzione del muro. La sentenza, naturalmente, è quanto di più terribile possa capitare ad un uomo che non riesce a relazionarsi con i suoi “pari”; essere rispedito in mezzo ai suoi simili.
Il muro è definitivamente abbattuto; restano solo i mattoni, le canzoni stesse e le emozioni che hanno provocato in voi, gentile pubblico …
Lucia BANDINI: danzatrice (*)
Giampaolo BIZZARO: tecnico di palco
Elena DE CAROLIS: attrice
Giuseppe GIOVANELLI: tecnico effetti
Alberto GIUSIANO: tecnico audio
Lucia GIUSIANO: tecnico luci
Benedina IASCHI: make-up artist (**)
Pietro VOLPI: tecnico video
Marco ZANELLI: regista
(*) un particolare ringraziamento alla FlexPoint Performing Arts Academy – Parma
(**) un particolare ringraziamento al Salone Riflessi Acconciature – Langhirano (PR)
Grazie di cuore alla dott.ssa Alessandra GIOVANELLI, per il suo prezioso contributo professionale
Alessandro 340 577 3413
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